Michele Giangrande, Faro, 2009
 
 
Michele Giangrande ha progettato l’opera permanente Faro con la volontà di creare un’opera aperta “portatrice sana di un messaggio che viene continuamente arricchito dal vissuto dello spettatore”. L’artista ha percepito il paese come un essere vivente addormentato, adagiato tra i monti, sulla sinistra del fiume Sinni e sulla cresta di un colle. Giangrande identifica come il “cuore” del tessuto urbano di Latronico, non solo spirituale ma anche fisico-sonoro, la campana della piccola chiesa di San Nicola, arroccata in cima alla parte più antica del paese. Il suo “battito” è scandito ogni 15 minuti per tutto il giorno, salvo che per le ore notturne.

Durante questa pausa, l’artista interviene con segni di luce rossa temporizzata che dall’interno del campanile rompono il silenzio notturno e vigilano come un faro, infondendo energia a tutto il paese, percepito appunto come un essere vivente.

L’ambiente non è inteso come una realtà neutra ma come un “organismo complementare” allo sviluppo delle persone che lo abitano, formando una coppia inseparabile. Il luogo non è un “paesaggio”, uno scenario o una bella cartolina da vedere ma un ambiente in cui agire giorno e notte, quindi l’opera, installata sul campanile della chiesa di San Nicola, ogni 15 minuti si illumina colmando con dei “battiti luminosi” anche il silenzio della notte. Il campanile illuminato di rosso, con la sua forma architettonica, ricorda una grande candela accesa, simbolo della luce, del rapporto tra lo spirito e la materia o della ricerca del movimento, dell’energia. Anticamente i fari avevano sull’estremità un grande fuoco-brace.

Michele Giangrande esplicita questo suo pensiero mettendo in relazione gli elementi naturali con il territorio: “… dopo l’acqua del Sinni, la terra del monte Alpi, l’aria della spiritualità e del santo patrono, l’opera rappresenta l’elemento mancante cioè il fuoco”.

Il campanile, visibile da tutto il paese, si è trasformato in una sorta di faro per tutti coloro che sono andati via. Il faro conduce alla salvezza, allontana dai pericoli, è un punto di riferimento nelle “notti illuni e di tempesta”; l’elemento luminoso indica nella notte una strada, una posizione geografica, ma vuole creare soprattutto un senso di appartenenza al luogo, essere di riferimento e costituire una presenza riconoscibile da tutti.

Lì dove il mare non c’è, in un “luogo nascosto”, il Faro aspetterà paziente il ritorno di chi è andato via così da dare nuova energia al paese.
 
 
 
Allestimento mostra Michele Giangrande e Giuseppe Teofilo